“Pier delle Vigne”, olio su tela, 70×100, 2015.
“Pier delle Vigne” ispirato al celebre episodio dell’inferno dantesco (Inf.XIII, 55-78), vuole rappresentare l’incontro fra il Poeta e lo sfortunato personaggio, in uno scenario desolato, dove dominano la nudità, la solitudine e la staticità e dove è proprio Piero, arbusto sanguinante, la sola figura che tenta di creare movimento alla scena, quasi a voler dare forza e vigore al suo dolore, perché il dolore ha sempre necessità d’essere comunicato, come ogni dolore, e che tuttavia resta immerso in uno scenario arido, chiuso, silenzioso, mortale, immagine dell’animo nell’atto del suicidio.
“Vergine Sposa col bambino”, olio su tela, 60×80, 2016.
“Raffigurando la maternità della Madre di Gesù, il dipinto mette in rilievo la sponsalità divina di Maria: Maria è vergine-madre-sposa, in lei l’arcaico desiderio dell’incontro dell’umano con il divino diviene realtà laddove l’umanità incontra intimamente la divinità; la Vergine Maria è Madre di Dio e nel contempo è “sponsa Dei”, sposa di Dio: non sposa del Padre o del Verbo o dello Spirito Santo: essa è sposa di Dio, perché è Dio Padre e Figlio e Spirito Santo che viene in lei, nella sua vita di donna capace di maternità. Dando alla Vergine il volto della propria madre terrena, che non c’è più, il pittore cerca di riscattare la precaria umanità servendosi di Colei che della Vita è divenuta eternamente madre.”
“Il portatore”, olio su tela, 80×80, 2016.
“Tensione
tra verità e ambiguità, volutamente creata dal rosso dominante che
avvolge i “protagonisti” in tutte le sue sfumature: la figura del
“portatore”, il paesaggio ove essa viene a collocarsi, la maschera.
L’uomo e la sua esistenza, proiettato costantemente verso il futuro ma
comunque vincolato ad un passato che emerge costante, poiché ogni
presente porta con sé ciò che è stato. Un tono a prima vista
crepuscolare e a tratti faticoso, ma che nel contempo potrebbe esulare
da ogni afflato nostalgico o da qualsivoglia malinconica quiete che le
luci dell’alba e del tramonto sono pronte ad emanare. Allora tutta la
scena sembra animarsi a puro gioco, un trastullo dell’esistenza e
ironicamente con l’esistenza: è la vita stessa che diventa gioco, dove
la maschera apparentemente deposta, emerge prepotente in una silenziosa
celia.”
“I deserti dell’anima”, olio su tela, 80×80, 2017.
“Il
dolore e la speranza, la vita e la morte, il grido e il silenzio si
incontrano nella piana di Castelluccio. Il Vettore che si erge sullo
sfondo nella sua quieta solennità, è testimone silenzioso di una
tragedia recente voluta da una natura bella e insieme incupita, a tratti
mostruosa, che rende tutto dolorosamente immobile e che tuttavia invita
l’uomo a considerare anzi, a contemplare se stesso nella sua precarietà
nell’attesa che la tenebra passi. Il dipinto è aperto alla luce.”